MA IL BUDDISMO E’ UNA RELIGIONE?

2018-06-08T10:24:48+00:00gennaio 26th, 2015|Il BUDDISMO del SUTRA DEL LOTO, NOVITA', Riflessioni & Condivisioni|

Il Buddismo è una religione.

C’è chi prende questa definizione con diffidenza e chi non ci si vuole soffermare troppo su, o perché non vuole rinnegare un’altra confessione cui si sente di appartenere per cultura dalla nascita, o perché si ritiene di “fede” laica, atea, e per questo non incline ad abbracciare un qualsivoglia credo che possa richiedergli di rinunciare acriticamente alle sue convinzioni. Del resto è esperienza comune a molte e molti di noi ‘aver scelto la strada buddista proprio perché non comporta salti fideistici e si prospetta come un cammino “sperimentale” molto umano. … Se il cammino di riforma interiore che abbiamo intrapreso e il termine religione ci sembrano in contraddizione, quello che forse dovremo rivedere è il nostro concetto di religione. Innanzitutto chiarendoci che il Buddismo, a differenza dell’Ebraismo, dell’Islam e del Cristianesimo, non è una religione “rivelata” da Dio attraverso un profeta (o il figlio suo), nella quale la verità, che esiste a prescindere dalla presenza umana e la precede, viene appunto rivelata dall’essere supremo alle sue creature, le quali sono chiamate alla fede e alla devozione. Il Buddismo (a volte definito come una religione “atea”, senza Dio) ha invece un’esplicita ragion d’essere terrena e un fondatore umano, che non si pone mai su un piano diverso da questo. Si presenta come un cammino spirituale che nasce da domande umane sull’esistenza, alle quali fornisce risposte che non presuppongono l’esistenza di esseri o forze soprannaturali.

Allora perché questa cosa non si potrebbe chiamare semplicemente filosofia? O magari arte?

Perché la filosofia per sua natura si interroga sul reale e cerca risposte utilizzando la logica, il ragionamento. E anche quando il suo oggetto di interesse (la natura dell’essere, l’origine del mondo, la finalità dell’esistenza) è qualcosa di irraggiungibile attraverso quelle facoltà conoscitive, non ne invoca mai nessuna che trascenda l’uso dell’intelletto o della ragione. E neppure può essere assimilata all’arte, dove entrano in campo l’emozione o l’intuizione – facoltà che hanno a che fare anche con il processo della scoperta scientifica – ma che fanno sempre parte del patrimonio di capacità umane che si possono più o meno facilmente sperimentare ed evocare nella vita comune. C’è dunque qualcosa che rende questo insegnamento diverso da una filosofia, da una pratica per ritrovare sé stessi, o da una forma estetica di interpretazione del mondo: come succede in molte religioni questo qualcosa è una forma di trascendenza.

E qui sta il punto cruciale.

Perché nel caso del Buddismo non si tratta di trascendere l’ambito umano per accedere a una qualche forma divina o sovrannaturale, quanto piuttosto di trascendere le nostre facoltà dell’intelletto e della ragione (che portano alla filosofia e che appartengono al mondo di Studio), dell’emozione e dell’intuizione (che portano all’arte, alla scoperta e che appartengono al mondo di illuminazione parziale) per accedere a una realtà che è allo stesso tempo umana e universale, contingente alla nostra singola vita e illimitata, interna ed esterna a noi (che chiamiamo mondo di Buddità). E che per percepire questa realtà abbiamo bisogno di mezzi diversi da quelli normalmente a nostra disposizione: ci serve la preghiera, la fede. Strumenti che ci facciano fare un salto durante il quale la logica e il giudizio momentaneamente tacciono per far posto ad altre facoltà. E atterrare in un luogo altrimenti inaccessibile (la Buddità appunto, condizione inerente a ogni stato vitale) che è allo stesso tempo qualità fondamentale del nostro essere umani e anche dell’intero universo. … Non ci si può affidare in modo unilaterale ed esclusivo né sul proprio potere individuale, né su qualche potere esterno. “E’ solo pregando e fondendoci con il potere della verità eterna ed immutabile, che trascende i nostri sé limitati e finiti, che possiamo pienamente attivare il nostro potere” (Daisaku Ikeda, presidente SGI). Per questo abbiamo anche un oggetto di culto (altra caratteristica della religione), il Gohonzon, che rappresenta concretamente sia tale realtà infinita ed immutabile, sostanzialmente incomprensibile con la ragione, che la vita umana del Budda. Ed è per questo che pregando di fronte al Gohonzon, che è la raffigurazione concreta dell’unicità di Persona e Legge (la realtà così com’è al di là di ogni comprensione intellettuale), quella realtà infinita e immutabile viene richiamata dalla profondità della nostra Vita e resa manifesta alla nostra coscienza. … possiamo (così) manifestare il potere trascendente che esiste dentro di noi. … Sperimentare questa trascendenza è un’esperienza mistica, ovvero al di là della logica e difficilmente comunicabile. Perciò per farla serve la preghiera. E serve la Fede. Perché non si tratta di comprendere o condividere un ragionamento o una visione del mondo, ma di predisporsi a un’esperienza profonda, e per questo potenzialmente universale. L’esperienza della Buddità. Che deve essere fatta concretamente per essere compresa (adesso sì) senza lasciare dubbi, ma attraverso l’attivazione di facoltà che hanno l’universalità e la trascendenza proprie di una religione.

tratto da “Ma il Buddismo è una religione? Le questioni del Buddismo. Speciale La Rivoluzione Umana” di Marina Marrazzi, Buddismo & Società n.132, 2009.